Francesco Varrato
Nuovi affondi ideologici e pratici contro l’autodeterminazione delle donne saturano il panorama della cronaca italiana. L’altra penisola europea affacciata sul Mediterraneo, la Spagna, vede i propri governanti esprimere “malessere e indignazione” per le ingerenze del Vaticano sulle prossime elezioni politiche
Invece qui in Italia il nostro sfasciato manipolo di rappresentanti, pur con eccezioni, dà sempre più sostegno al bastone che blocca le ruote della nostra autonomia (sperando di avere poi sostegno politico da quel bastone, s’intende).
Un opinionista dell’Espresso, Piero Ignazi, in un bell’articolo di fine gennaio ci ricorda come la Città del Vaticano sia uno Stato sovrano (sebbene il loro stesso ministro degli esteri avrebbe da obbiettare che “la personalità giuridica internazionale della Santa Sede è indipendente dal criterio della sovranità territoriale”) a regime monarchico il cui re – il papa – eserciterebbe la “sua suprema, piena ed immediata potestà sopra tutta la Chiesa”.
Peccato che parlare di Città del Vaticano sia diverso dal parlare di Chiesa, intendendo spesso e volentieri la famigerata Chiesa universale , ovvero tutti i cristiani (anche non cattolici). Sempre le ingerenze ecclesiastiche hanno avuto e tuttora ostentano questa radice affondata nel fraintendimento, nell’ambiguità linguistica: Stato sovrano senza sovranità territoriale, capo di Stato proclamato monarca di sudditi ignari d’esserlo.
A conclusione dell’articolo, Ignazi fa notare come la Chiesa (la Città del Vaticano?) abbia elevato il livello di scontro, facendo sì che i laici siano de facto una minoranza offesa e marginalizzata. Mentre si fanno proclami sul rispetto, il de facto è invece mancanza di rispetto, anche delle leggi italiane, figuriamoci per il parere dei cittadini che osino contrariarne i dettami etici.
Piccolo esempio (di una casistica ampissima): nonostante la nostra legislazione sia contraria alle visite pastorali in scuole pubbliche , un vescovo l’ignori e la calpesti vede difendere il proprio operato da un responsabile della partitica Consulta etico-religiosa, secondo il quale gli articoli 7 e 8 della Costituzione “codificano ancora con più nettezza lo stretto legame fra la fede cristiana e il popolo italiano”. Questa, dunque, la giustificazione per andare contro le leggi del popolo italiano in favore della fede nella Chiesa universale, senza distinzioni fra cristianesimo e cattolicesimo, altra palese ambiguità.
La nostra sfiduciata nazione, in cui ancora permane il reato di blasfemia , è giustamente vista all’estero come prona e servile nei confronti del Vaticano. Ad esempio (anche in tal caso parte di una casistica molto corposa), in occasione della rinuncia di Ratzinger al monologo da tenere a La Sapienza, un noto sito di divulgazione scientifica online prende atto della crisi avvenuta etichettandola come “inusuale” per un paese noto per la sua devozione religiosa.
Un modo fine ed equilibrato di dire quello che è sotto gli occhi di tutti (di tutti coloro con gli occhi aperti), cioè la sottomissione culturale ad un’ideologia retrograda che vede l’attuale pontefice romano protagonista giornaliero di attacchi alla scienza, al dubbio, allo spirito critico e – parola fin troppo presente sulle sue labbra – alla ragione.
La scienza, questo demone che stimola le menti a pensare invece che ad accettare passivamente idee e concetti, è stata fin dall’inizio di questo pontificato sotto accusa: basti tornare con la mente al famoso incontro di Regensburg in cui prendere alla larga l’obbiettivo passando per l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo ha distolto l’attenzione dal vero tema trattato, cioè il demone-scienza.
Più di recente, altrettanta attenzione a questo tema è stata posta da Ratzinger nell’enciclica Spe salvi. Come si evince anche dai lanci di stampa estera,gli attacchi vengono fondati ancora e sempre sulle ambiguità linguistiche: la confusione fra tecnologia e ricerca scientifica impera nei messaggi vaticani, così come impera la confusione fra liceità giuridica e morale.
L’autodeterminazione delle donne e la scienza (tecnologia?) sono due temi che, volenti o nolenti, oggi si intrecciano. La campagna abolizionista contro l’aborto è divampata dalle ceneri di quel che è stato il fuoco di paglia del referendum sulla procreazione assistita, in cui già un buon frammento delle libertà femminili se ne era andato in fumo. Ultima tappa mediatica riguarda la possibilità tecnica di rianimare feti abortiti ancora vitali;
mentre gli accademici si domandano quale sia il limite per intervenire in senso rianimatorio, quel che dovrebbe far storcere il naso è la paventata possibilità espressa dal membro del Comitato nazionale di bioetica Cinzia Caporale la quale, pur non ritenendo necessario chiedere il consenso della “madre” sulla rianimazione, afferma che “si può presumere lo stato di abbandono giuridico del neonato da parte della madre, che ovviamente può tornare indietro sulla sua decisione”.
Detto altrimenti: se una donna decide di abortire, nel caso in cui il feto abortito sia rianimabile e qualora la donna ancora fosse convinta della sua decisione, potrebbe essere denunciata (anche se non si capisce bene se per tentato infanticidio o per occultamento dello stato civile dell’infante, articoli 578 e 568 del codice penale). A questo punto il diritto ad abortire è messo pienamente in discussione. Se un dottore/essa dovesse svolgere con successo e senza autorizzazione una rianimazione su di un feto abortito, allora verrebbe da chiedersi come mai la donna sotto i ferri debba per forza tenerlo. La risposta a questa domanda è fin troppo semplice: imposizione morale.
Nel recente incontro dal titolo - Pillola abortiva, diritti riproduttivi, maternità responsabile - tenuto presso la facoltà di medicina dell’università di Pisa , è stato fatto notare che l’aborto medico illegale si sta diffondendo anche nei paesi più industrializzati, potendoli catapultare nell’era pre-legalizzazione. I motivi di questa diffusione non sono ben chiari; ad esempio in Italia accade che – per beghe legislative internazionali con la Romania – alle donne rumene non sia concesso l’aborto gratuito come avviene per tutte le altre donne.
Questo è senz’altro uno dei motivi del ricorso all’illegalità, ma certamente non li esaurisce. Nonostante ci sia stato un enorme calo del ricorso all’aborto dall’entrata in vigore del suo status legale (in Italia come anche all’estero), gli attacchi continuano e, con essi, continua a perpetrarsi l’arcaica visione delle donne-incubatrici, senza neppure tenere in conto dei rischi mortali che l’illegalità comporta. Senza eufemismi: operare in strutture inadeguate comporta complicanze (emorragie, disordini ipertensivi, infezioni, embolie, ecc.) che assolutamente non hanno il sapore di quel “rispetto della vita” sbandierato dai candidi altari i uomini senza mogli né figlie.
Ambiguità, linguistiche e comportamentali, sono un metodo molto furbo – e scorretto – di agire. Nota per la sua devozione religiosa, nella popolazione italiana è molto spiccata quella che, nel mondo anglosassone, viene chiamata truthiness : la propensione umana a fidarsi più dell’intuito che dei fatti, propensione che in un dialogo spinge anche a considerare tanto più attendibili delle risposte quanto più esse sono ambigue. Strategie di marketing affidabili e remunerative si fondano proprio su questo e non ci vuol molto a capire quanto tali strategie possano essere centrali per una multinazionale specializzata nella vendita di parole.
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