Nel 1975 i salari femminili in Italia erano inferirori rispetto a quelli maschili del 12%, alle donne toccavano i lavori meno gratificanti (67% delle donne lavoratrici rispetto al 23% degli uomini)
Lo stesso Statuto dei lavoratori, che si ergeva contro ogni discriminazione dimenticava quella basata sul sesso e i sindacalisti non erano, di certo, i campioni della lotta per la parità tra donna e uomo nei luoghi di lavoro. La politica era faccenda “da maschi” anche per il parito comunista, maschilista e bigotto quanto bastava.
La chiesa cattolica con la sua concezione arcaica dei rapproti tra sessi e con la sua bigotteria rendeva, poi, il panorama ancora più desolante.
Le lotte delle donne: una forza di vero cambaimento
A partire dal 1968 anche su questo terreno le cose avavano iniziato a mutare, seppur lentamente. Le donne, sulla spinta del moviemento studentesco, iniziarono a reagire, dando vita a quel movimento femminile che, più di ogni altro, avrebbe cambiato il volto del Paese, dando il via ed intrecciandosi alle battaglie per i diritti civili e per la modernizzazione di una Italia ancora arretrata, in particolare sul piano del diritto di famiglia e dei diritti civili.
La prima grande battaglia civile degli anni 70: il divorzio
In un'Italia in cui le sentenze dei tribunali ecclesiastici, ex art. 34 Concordato 1929 - avevano effetti civili,
dunque i Tribunali ecclesiastici avevano "diritto di vita e di morte" sui matrimoni, anche ai fini civili
il deputato socialista, Loris Fortuna, nel 1965, presentava il primo disegno di legge sul divorzio.
Fortuna si era reso conto dell'isolamento giuridico italiano, rispetto all'istituto matrimoniole e,
in particolare, al suo scioglimento.
Il disegno di legge, dunque, doveva porre rimedio a tale arretratezza; la proposta Fortuna era, per altro,
assai moderata, quasi prudente, limitando strettamente la possibilità di chiedere il divorzio.
Nonostante ciò il disegno di Legge Fortuna , si scontrò con l'ostracismo totale della Democrazia Cristiana,
sostenuta, come ovvio, dalla Chiesa Cattolica
Eppure l'opinione pubblica italiana, almeno quella laica, non si arrendeva al fronte ecclesiastico e, anche grazie alla LID, Lega Italiana Divorzio, si schierava al fianco del parlamentare socialista.
Ciò di cui per primi parvero consapevoli proprio gli esponenti della LID era che la legislazione allora vigente sullo scioglimento dei matrimoni non era una faccenda che interessasse pochi: essa, anzi, coinvolgeva una fetta notevole dei cittadini, cittadini che vivevano drammatiche esperienze personali. Questo era, ovviamente, uno stimolo in più nel condurre una lotta agguerrita.
Alla fine di un iter lungo e ricco di ostacoli in Parlamento, con una sosta in sede di Corte Costituzionale, nel 1969, dopo che anche il liberale Baslini metteva mano alla proposta Fortuna, si giungeva, tra
gli alti lai, le messe, i ceri e le profezie di sventura delle gerarchie cattoliche, all'agognata votazione:
alla Camera dei Deputati il D.L. Fortuna-Baslini passava con 325 voti a favore e 283 contrari. Dovette però passare ancora un anno perchè il disegno di legge divenisse Legge dello Stato: solo il Primo dicembre del 1970 anche in Italia veniva, in fine, introdotto il civile strumento del divorzio. Quella parte del paese più laica e più aperta alla modernità aveva, così, vinto, per il momento, una prima importante battaglia.
Il personale è politico
Il sei dicembre del 1975 20,000 donne sfilarono a Roma: il movimento femminile non era faccenda da potersi ancora ignorare, nonostante la miope risposta di una parte della stessa sinistra ( Lotta Continua, non a caso, disturbò il corteo). Dal 1970, in effetti i gruppi organizzati di donne che pretendevano eguaglianza tra i sessi nei luoghi di lavoro e nelle scuole, insieme all’ ampliamento dei diritti civili ed al riconoscimento di una positiva e rivoluzionaria diversità femminile, erano, ormai, in crescita. Al contrario dei gruppi rivoluzionari autoritari e violenti di sinsitra come di destra, i gruppi femminili propugnavano una liberazione che aveva basi anti-autoritarie e non violente, una rivoluzione più concreta, che partiva proprio dalla casa, dai rapporti di potere nelle famiglie e nel lavoro, dalla oppressione di un sistema maschilista e patriarcale di cui bisognava rompere le catene. Influenzati dal femminismo USA i gruppi femministi, seppur, a volte, ingenuamente utopici ed idealisti, erano, forse, la vera novità nel panorama italiano.
Il Movimento di Liberazione delle Donne (MLD)
Di gruppi e gruppetti ce ne erano ovviamente parecchi e con parecchi programmi, ma quello che forse influenzò di più l’opinione pubblica, con la sua forza rinnovatrice, fu il Movimento di Liberazione delle Donne. L’MLD non si limitò a chiedere l’eguaglianza sul lavoro e nelle scuole, ma combattè, al fianco del piccolo ed agguerrtio Partito Radicale, perchè l’autonomia e la libertà partisse proprio dal corpo femminile. Il Movimento si batteva,
quindi, perchè le donne italiane potessero, finalmente, non subire rapporti sessuali a rischio, malattie o gravidanze indesiderate ed, in particolare, si battè contro la piaga spaventosa degli aborti clandestini.
La lotta per una fecondità ed una sessualità responsabile: una battaglia europea e mondiale
Non era, ovviamente, solo in Italia che andavano svolgendosi battaglie per una sessualità ed una fecondità responsabile, tali lotte, combattute in tutta Europa in quegli anni, sono state, in verità, la vera grande rivoluzione del XX secolo.
La libertà sessuale e il diritto alla contraccezzione e più ancora la lotta contro l’aborto clandestino hanno cambiato (in meglio) il volto della società europea.
In Francia, dal 1967, la cotraccezzione non era più un reato, ma la legge che aveva legalizzato i contraccettivi era stata ostacolata nella sua attuazzione dalla chiesa Cattolica e dalle forze più retrive del paese, nel 1975, però, anche grazie alla forte pressione del movimento femminile e alla sua unione con i partiti laici e i sindacati, i francesi, con la legge Veil, avevano uno strumento di civiltà in più : l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) che veniva regolata legislativamente. la legge Veil riconosceva che l’unica persona che potesse responsabilmente decidere del proprio corpo e del proprio destino fosse la donna; per quanto i conservatori francesi cercassero di introdurre il controllo medico e il consenso del coniuge, la società francese, laicamente matura, ne bloccò le velleità paternalistiche.
Nella pragmatica Inghilterra l’IVG era già stata introdotta dal 1967 , la Finlandia la introdusse nel 1970 seguita dalla Danimarca, nel 1974 fu la volta dell’Austria, di Cipro e del Lussemburgo. In unltimo ma non ultimo per importanza vi è da ricordare un dato : le lotte del movimento femminile in Europa ed in America, su questi ed altri temi, avrebbero ben presto influenzato, anche gli ordinamenti internazionali, che non potevano più ignorare temi come la contraccezione e i diritti femminili, come non potevano più ignorare tutta una serie di diritti civili ed umani.
La lotta contro l’aborto clandestino in Italia: una battaglia di civiltà da vincere.
Nel nostro Paese il movimento femminile nato e sviluppatosi tumultuosamente in anni ancora più tumultuosi non era, ovviamente, senza macchia e senza paura.
Al suo interno i vari gruppi erano spesso in lotta tra loro, forti tensioni erano presenti, tensioni e contrasti che, però, furono messi da parte quando si trattò di battersi per la legalizzazione dell’aborto. L’aborto in Italia era illegale, prosperava, così, alimentato da un flusso di disperazione e dolore femminile, l’aborto clandestino, vera piaga sociale, specialmente al Sud. Doppiamente ingiusto il sistema: chi poteva permettersi cliniche inglesi o francesi abortiva con il necessario controllo medico, le altre dovevano affidarsi a mammane, praticoni e medici compiacenti. I rischi, per coloro che abortivano, erano, ovviamente altissimi, le donne povere pagavano, così, come sempre, un prezzo imposto da altri, in primis dalla chiesa cattolica, la cui morale bigotta, maschilista impregnava come una malattia lo Stato.
Il diritto di famiglia: anacronistco ed arretrato fino alla riforma del 1975
La civile e appassionante battaglia
femminile contro la piaga orrenda dell'aborto clandestino era, dunque, una battaglia di solidarietà, anche sociale;
per la prima volta, inoltre, si affrontavano, pubblicamente e con forza, accanto a quello specifico dell'aborto, temi legati all'eguaglainza nei rapporti uomo-donna, ai diritti femminili in seno allae famiglie rapporti e diritti che
erano ancora regolati da un codice civile e penale di impronta clerico-patriarcale-maschilista.
Il nostro diritto di famiglia, infatti, anacronisticamente, affidava all'uomo una tutela ed un controllo pressochè assoluto su moglie e figli, per non dire della situazione dei nati fuori dal matrimonio. Fu solo nel maggio del 1975, sull'onda di questo risveglio civile che, finalmente, i legislatori posero mano al diritto familiare, eliminando, così, dal Codice Civile gli articoli più retrivi, articoli che ci ponevano fuori da un mondo occidentale ormai laicamente, come giuridicamente, maturo ed avanzato.
La richiesta di referendum abrogativo del 1975
Il Movimento di Liberazione delle Donne (MLD), insieme al piccolo Partito
Radicale, decisero, nel 1975, di affrontare chiaramente il problema aborto, chiedendo l'abrogazione
di quegli articoli di legge che sancivano la punibilità (fino a 5 anni di reclusione) per chi interrompeva la gravidanza, è importatnte, in merito, rammentare
che il codice penale Rocco non stabiliva alcuna eccezione punendo sempre e chiunque praticasse o richiedesse l’interruzione di gravidanza.
La risposta di tutti i movimenti, di qualunque sfumatura politica fossero,
fu di grande impatto:
occorevano 500mila firme, si riuscì a raccoglierne 800mila.
A Roma un anno dopo, nell'aprile del 1976, quasi a sancire fisicamente la speranza di cambiamento, il desiderio di libertà e la volontà di non restare più mute 50,000 donne manifestarono in piazza.
Solo le imminenti elezioni politiche impedirono che i referendari giungessero alle urne.
La lunga battaglia parlamentare e la legge del 1978
Come era accaduto per il divorzio, anche per giungere ad una legge decente,
laica e più in sintonia con il resto della legislazione europeo-occidentale
che regolasse il delicato tema dell'aborto, l'iter parlamentare fu lungo e contorto.
I partiti di maggioranza nel 1977, ben lontani dall'attuare il referendum proposto dal Movimento
femminile e dai radicali, cercarono in tutti i modi di prendere tempo e di giungere ad un compromesso.
Dopo una lunga battaglia parlamentare il decreto sull'aborto passò, solo alla Camera, nel gennaio si quell'anno,
mentre per ottenere il via libera al Senato si dovette aspettare il giugno del 1977;
alla legge, però, si giunse solo nel maggio del 1978.
La legge 194 del 1978 dunque regolò finalmente una materia difficile e dalle amplie implicazioni socilai. Fu certo una Legge di compromesso, la DC inghiottì il rospo, ma impose alcune clausole discutibili, come ad esempio la possibilità di obiezione di coscienza da parte dei
medici ospedalieri, o il periodo di "riflessione" cui deve essere sottoposta la donna che richiede una IVG,
comunque vi è da dire che la 194, sicuramente migliorabile, è una legge che ha funzionato.
Il primo compito che aveva è stato, infatti, assolto: eliminare quell'autentico orrore, ancora presente
purtroppo in tanta parte del mondo e del Mediterraneo, che sono gli aborti clandestini; assicurare alle donne
l'accesso ad una sanità finalmente non punitiva nei loro confronti, una sanità che tramite i Consultori
permetteva di fare anche prevenzione e divulgazione su temi ancora quasi "misteriosi", come la contraccezione,
il sesso, le malattie veneree.
Gli articoli e le schede di cui il dossier sulla 194 è costituito
sono liberamente fruibili citandone autori e fonte
Hanno contribuito a realizzare questo dossier:
Tiziana Ficacci
Susanna lollini
Pina Vitelli
Viscontessa
Francesco Varrato
Il sito www.nogod.it
Anna Spina
Qualche parola sull'Autrice
Scrivi all'autrice
Progetto Jamila
Fondazione Pangea
La Fondazione Pangea Onlus dal marzo 2003 lavora con le Donne afghane. Grazie
al microcredito concesso alle donne insieme
a Pangea possiamo far ripartire la speranza