Tiziana FicacciCon 160 voti favorevoli e 148 contrari il 18 maggio 1978 il Senato approvò la legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” emanata dal Capo dello Stato Giovanni Leone il 22 maggio. Fino ad allora il Codice Rocco giudicava reato l’aborto e puniva con il carcere chi abortiva. Prima della legge troppe donne morivano sotto i ferracci di improvvisate “mammane”. Nel 1973 il deputato socialista Loris Fortuna, lo stesso del divorzio, presentò al Parlamento la prima proposta di legalizzazione dell’aborto. La svolta è rappresentata da una sentenza della Corte costituzionale, del 18 febbraio 1975, secondo cui la salute e i diritti della madre prevalgono su quelli del nascente. Nel 1976 ci fu una proposta della radicale Adele Faccio. Poi nel 1977 la Camera approvò un progetto di legge preparato dalla Commissione Giustizia e Sanità, ma al Senato, con due soli voti di scarto, la legge non passò. Il 9 giugno 1977 il testo fu ripresentato alla Camera dal socialista Vincenzo Balzamo. Nel 1978 si arrivò alla legge 194.
La vita delle donne italiane trenta anni fa ebbe un sussulto:
l’aborto, fino allora considerato una riprovevole forma di soppressione della vita, con l’approvazione della legge 194 diventava un diritto della donna e il presupposto di una maternità consapevole.
Feroci avvoltoi hanno sempre soffiato su questa legge: l’obiezione di coscienza dei medici, che ha coinvolto perfino i portantini e i cuochi dei reparti dove vengono praticati gli aborti; difficoltà pretestuose per ritardare l’introduzione della Ru486; comitati di medici, tra cui psichiatri, che valutano le richieste. Perché la tentazione di costringere la donna ad una condizione umiliante non è mai venuta meno.
Nonostante ciò, volevamo ricordare i trenta anni di questa legge con un piccolo dossier
per rileggere insieme una parte della nostra storia, e per dedicare un affettuoso omaggio alle donne che in troppe parti del mondo patiscono le conseguenze di gravidanze non desiderate e di aborti effettuati in condizioni insicure.
Mentre pensavamo a come coordinare questo lavoro è esplosa violenta la richiesta di “moratoria”.
Un progetto, secondo i promotori, che non si pone l’obiettivo di cancellare la legge – almeno per il momento – ma di ridiscutere l’idea di modernità, di “leggerezza”, di libertà, insita nella autodeterminazione della donna.
Una moratoria che, riaffermando la supremazia del nascente sulla madre, equipara la donna che non vuole essere una mera riproduttrice, ad una omicida.
Un programma che ha visto l’approvazione entusiasta della Chiesa cattolica
che, pur di recuperare una centralità appannata, accetta di farsi soccorrere e guidare da “atei devoti” e da politici clericali, ai quali viene richiesto di testimoniare che è possibile adeguarsi alle regole prescritte dalla chiesa romana senza bisogno di credere.
Sembra esserci qualcosa di putrefatto in un paese che ridiscute sulla 194
una legge approvata dal Parlamento, confermata da un referendum popolare, e considerata, anche fuori dai confini, equilibrata. Pensiamo che ogni cosa – e ogni legge - possa essere dibattuta, analizzata, rivisitata, migliorata addirittura. Ma, per qualsiasi confronto deve esserci una condizione: il dialogo si fa tra pari, nessuno può essere il portavoce di valori non negoziabili e di verità indiscutibili.

vai su
Quello che oggi noi che amiamo la libertà,
i diritti civili, la libera espressione del corpo, dobbiamo tener presente,
è che non stiamo parlando solo di aborto, così come durante il referendum sulla legge 40 non si parlava solo di fecondazione assistita e di ricerca scientifica.
Forze fanatiche e reazionarie, approfittando del vuoto lasciato dalla politica,
stanno ponendo mano ai principi fondanti della nostra società, scegliendo di caratterizzarsi
con una forte misoginia che è quasi sempre il sintomo più manifesto di un’aberrazione della religiosità.
Quando nel 1973 il deputato Loris Fortuna presentò al Parlamento la prima proposta di legalizzazione dell’aborto
Gigliola Pierobon era al centro di un clamoroso procedimento giudiziario, per delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe, accusata di aver abortito quando aveva 17 anni. Ne "Il processo degli angeli",
Pierobon racconta:
“I numerosi ragazzi-padri, gli incoscienti di fronte alle loro eiaculazioni, gli uomini che non hanno nessun rapporto con i “loro” bambini si sono presi l’incomodo di fare leggi sui nostri corpi, sui nostri figli, sulla nostra maternità. E ci fanno pagare il prezzo di averla, non dico scelta ma accettata… Se esistesse davvero l’uguaglianza dei diritti, all’obbligo per la donna di portare avanti una gravidanza non voluta dovrebbe corrispondere parallelamente l’obbligo per l’uomo al coito interrotto o al preservativo. Se l’uomo ha la libertà di non gestire i suoi spermatozoi, la donna dovrebbe avere la libertà di non preoccuparsi delle proprie ovulazioni, e invece siamo solo noi che dobbiamo continuamente difenderci dalla libertà del maschio: l’unico non punibile dalla legge”.Questa storia finirà un giorno? E se non noi, chi si occuperà per noi di questo?

Qualche parola sull'Autrice
scrivi all'autrice
Progetto Jamila
Fondazione Pangea
La Fondazione Pangea Onlus dal marzo 2003 lavora con le Donne afghane. Grazie
al microcredito concesso alle donne insieme
a Pangea possiamo far ripartire la speranza