Nel 1997 Aung San Suu Kyi, per l'ennesima volta agli arresti domiciliari,
viene rilasciata.
In quel 1997 Michael Aris, suo marito, si ammala di tumore, è in Inghilterra e chiede di poter
entrare in Birmania, la giunta militare nega il visto, ma sarebbe ben lieta di levarsi di torno
e una volta per tutte, quella donna che, fin dal 1988, è stata una spina nel fianco,
lasciandola volare via in Gran Bretagna.
San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991,
lo sa bene, come sa che la sua testimonianza,
la sua presenza sono vitali per la lotta democratica in Birmania,
sa che se lascerà la Birmania non potrà mai più ritornare
e resta;
non rivedrà mai più suo marito,
Michael Aris si spegnerà nel 1999.
L'indomita leader che si sipira alla lotta democratica
non violenta di Gandhi , viene nuovamente arrestata, come le è accaduto per 10 degli ultimi 16 anni.
Ci sono scelte nella vita da cui non si può tornare indietro: San Suu Kyi
aveva fatto la sua nel 1988, quando torna in Birmania. E' una donna colta, ha studiato
nelle migliori scuole indiane ed inglesi, lavora, dal 1972, per le Nazioni Unite; d'altronde, non
c'è da stuprisi: ha avuto come esempio sua madre,
donna impegnata nella vita politica birmana, ambasciatrice in India e suo padre,
un generale che fu, durante e dopo la II Guerra Mondiale, tra i protagonisti nella lotta
per l'indipendenza dall'Inghilterra; nel 1988, a 43 anni,
questa donna minuta, che pare aver preso il meglio di due culture, torna, dunque,
a Burma per un motivo personale, la madre è ammalata. Da quel momento tutto cambia.

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La Birmania come molti degli stati vicini, è un paese tormentato:
invasa durante la II Guerra Mondiale dai giapponesi aiuta gli inglesi con
le truppe della Lega per la libertà delle persone antifasciste, guidate da Aung San
a ricacciare indietro i nazi-fascisti.
Aung San, padre di San Suu Kyi, è vice presidente di un Governo di transazione, ma viene
assassinato nel 1947, nel 1948 la Birmania proclama la sua indipendenza. L'indipendenza
purtroppo non porta la pace, varie minoranze etniche chiedono uno stato federeale,
il potere in carica, nazionalista, reagisce in modo repressivo e spietato.
Nel 1962, in linea con i suoi molti vicini retti da dittature comuniste, un generale,
il generale Ne Win, mette in atto un colpo di stato, impossessandosi del potere ed instaurando
una dittatura militare di stampo marxista. Ne Win e soci imposero una politica collettivista che
portò il paese alla rovina, soppresse le elementari libertà civili
ed isolò la Birmania dal resto del mondo.
Quando Aung San Suu Kyi torna in patria, nel 1988, la misura è colma;
l'8 agosto scoppia una rivolta nazionale, gli studenti in prima fila,
ma anche i monaci buddhisti e le persone
comuni chiedono la fine del regime, il ritorno alla democrazia.
La rivolta scatena la reazione sanguinaria dei militari e lascia al suolo
migliaia dimorti;
dura fino al 18 settembre, quando Ne Win viene a sua volta destituito da un colpo di stato,
alla dittatura del 1962 si sostituisce una nuova giunta militare
che non appare affatto migliore della precedente.

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Aung San Suu Kyi, la figlia del generale che combattè i giapponesi, la donna influenzata
dall'esempio di Gandhi, non resta a guardare; diviene un punto di riferimento per quanti lottano
in nome della libertà: il 27 settembre del 1988 fonda, così, la
National League for Democracy .
Nel 1990 la giunta al potere indice le lezioni, sono le prime elezioni dopo 30 anni, e,
purtroppo, saranno anche le ultime: la NLD (National League for Democracy) ottiene una vittoria
travolgente (dei 485 seggi il popolo birmano ne assegna 392 alla Lega) una sconfitta schiacciante per
il regime che mostra, nuovamente, il suo vero volto arrestando Aung San Suu Kyi e molti
membri del suo partito.

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Per dieci anni San Suu Kyi è agli arresti domiciliari, è agli arresti insieme ad un popolo intero.
1,185 prigionieri politici sono in carcere, carceri in cui si praticano sistematicamente torture e
maltrattamenti, carceri in cui i detenuti sono fatti morire di malattia e di fame.
Intere regioni (Kayin) sono messe a ferro e fuoco, nel senso letterale della parola: villaggi vengono
bruciati, le popolazioni vengono deportate e condannate al lavoro forzato, vi è una ampia e sistematica
violazione di tutti di diritti umani e civili.
Oppositori, sindacalisti, attivisti per i diritti umani sono imprigionati senza alcuna garanzia,
non possono essere visitati dai parenti nè dai loro legali, che ben poche armi hanno contro un regime
che opera una violenza ottusa e continua.
Nessuno si salva, perfino vecchi di 77, 80 anni sono arrestati e malmenati.
Nell'ultimo anno la situazione
in Birmania è perfino peggiorata, la Birmania è una Nazione allo stremo,
le imponenti, coraggiose proteste di settembre che hanno visto fianco a fianco
monaci, studenti, citadini comuni, gente dello spettacolo, sono forse l'unica speranza e sono
anche l'ultimo appello, l'ultima occasione, anche per l'occidente, di agire in difesa di quei valori,
libertà e democrazia,
troppo spesso ipocritamente strombazzati da governi che ben si guardano, poi, dal punire imprese, come la Total,
e trafficanti che con la dittatura sanguinaria birmana, fanno affari d'oro.
Nel 2008 si terranno le Olimpiadi, si terranno in un Paese, la Cina, che ha sempre difeso
la giunta militare birmana, cosa aspettarsi, infondo, da una dittatura che
viola, a sua volta, sistematicamente, i diritti umani e civili dei suoi cittadini, delle minoranze, degli
oppositori, se non il completo appoggio ad una giunta miltare crudele e violenta come quella di Burma.

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PER SAPERNE ANCORA:
www.amnesty.org.uk
www.burmacampaign.org.uk
Wikipedia
www.dassk.com
Il Pavone e i generali - di Cecilia Brighi -Baldini e Castoldi editore
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